Tag

, ,

NON sono solito giudicare una nuova serie dal pilot, perchè trovo che condensare in 45 minuti le potenzialità di una storia o il fatto che ci affezioneremo o meno ai suoi protagonisti sia molto difficile e spesso e volentieri un po’  fuorviante.

E poi tendo a trattare le serie tv un po’ come le persone, e a volte anche il viceversa, quindi mi prendo sempre il tempo giusto per giudicarle, a meno di forti impressioni negative (o anche positive, se è per quello) che possano nascere a prima vista.

Ma ormai con 4-5 episodi delle nuove serie alle spalle, si può tranquillamente cominciare a dare qualche giudizio e qualche verdetto.

Cominciamo col dire che, in generale,  quest’anno è stato senz’altro più ricco e promettente dell’anno scorso in quanto a novità, e molte delle nuove serie hanno già la certezza di durare almeno un’intera stagione, se non aspirare ad un rinnovo per la stagione successiva,  ed è già un bel risultato rispetto alla carneficina dell’anno scorso.

Ci sono state ovviamente delle sudden death, come The Playboy Club della ABC o il remake di Charlie’s Angels e la sit-com Free Agents della NBC,  ma finora molte delle matricole hanno ottenuto quanto meno una stagione completa,  come ad esempio New Girl della Fox, con protagonista Zoey Deschanel, Revenge e Suburgatory della ABC,  nonchè tutte le nuove della CW, ovvero The Secret Circle, Hart of Dixie e Ringer, che ha segnato il ritorno di Sarah MIchelle Gellar nel mondo seriale.

I Promossi

Per quel che mi riguarda posso dire che, parlando esclusivamente delle serie USA, alle regular che già seguivo, ovvero i vari Castle, Criminal Minds, The Mentalist e Fringe, in attesa che ricominci anche Bones, ora se ne sono sicuramente aggiunte almeno quattro, che come avrà capito chi mi segue abitualmente sono: Pan Am, A Gifted Man, Suburgatory e come ultima Homeland, in onda sul canale via cavo FX ormai da un mese.

Pan Am continua a mantenere quel che prometteva nel pilot, costruendo sui personaggi, le loro relazioni e sfruttando il periodo storico con tutte le sue possibilità, come nel già citato bell’episodio ambientato a Berlino, ma mantenendo in generale quella leggerezza che è proprio la carta vincente per affrontare i sixties allontanandosi completamente dal tono cinico, distaccato e “cattivo” di Mad Men.

A Gifted Man, di cui ho già parlato un paio di volte, poggia ancora saldamente sulle spalle del protagonista Patrick Wilson e della comprimaria Jennifer Ehle, anche se le sue “apparizioni”  sono drasticamente limitate rispetto al pilot,  mentre il cast si sta pian piano allargando con alcune presenze “di peso” come le due ultime new entry,  ovvero Kate Sykora,  la dottoressa incaricata di seguire la clinica della ex-moglie defunta, interpretata dalla bella Rachelle Lefevre e il neuro-chirurgo E-mo, interpretato niente di meno che da Eriq La Salle, a tutti noto come il Dr. Peter Benton di E.R.

Suburgatory è invece una divertente sit-com su un padre divorziato e una figlia che si trasferiscono da Manhattan nei sobborghi per decisione del padre preoccupato per l’ambiente malsano in cui crescere la figlia, ma che si ritrovano alle prese con il mondo “di plastica” dei sobborghi di NY, con le manie e l’invadenza dei vicini tipico delle zone periferiche della grande città, quelle per intenderci dove tutti vestono uguali e hanno le casette uguali, con lo steccato bianco e la macchina parcheggiata sul vialetto.

Fortemente debitore di un paio di riuscitissime commedie “cattive” come Mean Girls, da cui prende ispirazione per l’ambientazione e per  il tema dell’outsider alle prese con un ambiente “ostile”, e come Easy A, soprattutto per la protagonista principale, Jane Levy, che sembra una Emma Stone adolescente, Suburgatory  deve buona parte del successo alla complicità tra papà George e la figlia Tessa, interpretati alla perfezione da Jeremy Sisto (che alcuni ricorderanno come il Billie di  Six Feet Under) e dalla già citata Levy,  nonchè da un cast di comprimari tra cui spiccano Alan Tudyk nei panni di Noah, amico di George e sua guida nelle “usanze” del luogo e  Cheryl Hines, ovvero Dallas, vicina troppo premurosa che non nasconde affatto la sua attrazione per il papà single.

Seppur  non ami molto le serie a sfondo spionistico e con la tipica ossessione USA per il terrorismo post 9/11, gli elementi di interesse di Homeland stanno principalmente nei suoi personaggi,  anche se resta il dubbio su dove gli autori decideranno di andare a parare con la storia di Nicholas Brody, reduce della guerra in Iraq dato per disperso, che dopo otto anni torna a casa, e del suo rapporto con Carrie Anderson, analista della CIA dalla personalità instabile che contro l’opinione di tutti è convinta che Brody sia in realtà un terrorista “dormiente” di Al Qaeda, e sin dal primo giorno del suo ritorno a casa ne segue le mosse con tutti i mezzi leciti ed illeciti a sua disposizione, con un’appassionata dedizione al lavoro che sfocia spesso in maniacalità e paranoia.

Gran parte del mio interesse per la serie più che alla trama è legato al cast, che vede Damien Lewis nei panni ambigui e scostanti i di Brody, un ruolo che in un certo senso riprende quello interpretato dall’attore nella purtroppo  prematuramente interrotta Life, Claire Danes in quelli ansiosi e paranoici di Carrie,  e in ruoli secondari il mitico Mandy Patinkin nel ruolo del mentore di Carrie, che ne conosce a fondo pregi e difetti,  e la bellissima Morena Baccarin (reduce da quella schifezza di V …) in quelli della premurosa ma combattuta moglie di Brody, che durante la sua lunga assenza si era ricostruita una vita con il migliore amico di quest’ultimo, Mike, ma che ora si trova a dover mantenere una facciata di moglie felice sia di fronte il marito che di fronte all’opinione pubblica che lo considera un eroe:  una facciata che però già comincia a mostrare ovvie ed inevitabili crepe …

A presto per i bocciati

Annunci