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Appuntamento con la televisione di qualità stasera alle 22.40 su RaiDue con Life On Mars, serie britannica di culto che mescola abilmente poliziesco, fantascienza e ricostruzione storica, trasmessa nel Regno Unito a partire dal 2006 da BBC One e già trasmessa in Italia nel 2007 dal canale satellitare Jimmy, composta da 16 episodi suddivisi in due stagioni da otto, da non confondere con il suo remake americano, molto meno riuscito, ora in onda su FoxCrime , e concluso alla prima stagione dopo 17 episodi.
Fenomeno di culto in Inghilterra e nel resto del mondo, Life on Mars racconta la singolare vicenda di Sam Tyler, interpretato da un maiuscolo John Simm, ispettore capo della polizia di Manchester che, a seguito di un’incidente nel presente, ovvero nel 2006, si ritrova misteriosamente catapultato nel 1973.
Disorientato su quello che gli sta accadendo, Tyler dovrà fare i conti con la sua nuova realtà, in cui lavora sempre nella polizia ma nel ruolo di un normale detective agli ordini dell’ispettore Gene Hunt, interpretato da Philip Glenister, e sarà alle prese con metodi d’indagine decisamente più antiquati a livello tecnologico, nonché più violenti e decisamente molto più discutibili a livello morale.
Tormentato da voci e visioni in sogno che lo richiamano alla sua vecchia vita, Sam si troverà continuamente in bilico tra il tempo che sta vivendo, tangibile e reale, e quello da cui proviene, in cui giace in coma, ma che lui “sente” come la vera realtà.
Punti di forza per il successo della serie sono una meticolosa ricostruzione dell’epoca, gli anni 70, con una colonna sonora a dir poco strepitosa, arricchita da tutti i brani piu’ famosi del periodo, a partire dalla Life On Mars di  David Bowie da cui prende il titolo, e brillanti interpretazioni da parte di tutti gli attori: tutti elementi che la rendono un piccolo capolavoro della televisione contemporanea.
Una parola in più va spesa senz’altro per John Simm, perfetto nel ruolo di Sam Tyler, poco conosciuto qua da noi ma che nel Regno Unito è ormai una star del piccolo schermo, dopo la sua interpretazione nella miniserie State Of Play, da cui è stato tratto di recente il film con Russell Crowe e Helen Mirre , e il suo ruolo dei The Master, acerrimo nemico del Doctor Who nella terza stagione della serie, al fianco di David Tennant, ma anche per Philip Glenister, che riesce a regalare profonda ed inaspettata umanità. al personaggio dell’ispettore Gene Hunt, apparentemente rozzo e violento.
Proprio Glenister è il protagonista anche di Ashes to Ashes, seguito meno riuscito e fortunato di Life On Mars, ambientato negli anni ’80, mentre nel suo ruolo è stato scelto l’attore Harvey Keitel per il (pessimo) remake americano, ambientato a New York.
Una serie che supera i ristretti confini del genere poliziesco, sia per il suo spunto iniziale, che evoca film come Ritorno al Futuro, sia per gli sviluppi che la storia prende, che si prestano a molteplici interpretazioni, prima fra tutte una riflessione sui diversi piani di realtà, derivanti dalla particolare condizione del protagonista, di cui non sappiamo se effettivamente stia vivendo in un incubo nel 1973 , oppure se sia quella che all’inizio ci viene presentata come realtà, ovvero il 2006, ad esser solo frutto della sua mente malata. Un’interpretazione che non può non evocare da un lato la teoria di Matrix, per il concetto di realtà “virtuale” contrapposta a quella vera, e dall’altro una teoria biblica in cui Sam sarebbe una sorta di angelo caduto da un mondo perfetto ed ideale in un mondo molto più terreno ma vivo e reale, molto più “umano”, teoria che trova una certa corrispondenza soprattutto nel finale della serie, di cui non riveleremo nulla per non rovinare la sorpresa.
Ma la vicenda narrata si presta anche ad una riflessione storico-sociologica su come gli anni ’70, periodo di grandi cambiamenti e di ribellione sociale e culturale, certamente più convulsi, disordinati e in un certo senso “sporchi” del presente, fossero molto più vivi e passionali del tempo in cui viviamo, più ricco materialmente, più ordinato e politicamente corretto, ma senza una vera anima, senza qualcosa per cui lottare e svuotato dagli ideali che allora infiammavano ancora le persone, nel bene e nel male.
Purtroppo la scelta piuttosto miope di RaiDue di trasmetterlo in coda a due polizieschi “standard”, come NCIS e Numbers, e per di più in seconda serata alle 22.40, dimostra che chi ha organizzato la programmazione non ha capito nulla di ciò che si è ritrovato tra le mani, e che la serie ha effettivamente ragione nel dire che viviamo in tempi dove l’audience e i numeri contano molto più della qualità del prodotto, o di quello che ha da dire.
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